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Made in Italy e le invasioni barbariche

Quante volte abbiamo sentito parlare di “Made in Italy”?
Difficile quantificare, vero?

Il “Made in Italy”, come sappiamo, ha il compito di riunire tutti quei prodotti… italiani nella loro totalità, dalla progettazione al loro confezionamento.

In molti lo conoscono, ma in pochi hanno idea della notorietà che questo detiene nel mondo dei marchi.
Secondo uno studio di una nota azienda olandese, infatti, il “Made in Italy” è il terzo marchio più riconosciuto al mondo, dietro solo a Coca-Cola e Visa.
Uno dei settori che più tiene alto il nome del marchio, è sicuramente quello dell’enogastronomia, tanto amata e desiderata, all’estero e non solo.

Negli ultimi anni è nato un altro termine inglese che contrasta con il precedente e che dovrebbe farci pensare sulla fragilità della nostra cultura alimentare, il cosiddetto “Italian sounding”.
Con questa espressione, si intendono tutti quei prodotti che hanno adottato un nome il cui suono richiami un’origine italiana, ma che di italiano, ahimé, non hanno proprio nulla.

Secondo Coldiretti, 2 prodotti alimentari su 3 che all’estero espongono il nostro tricolore, non hanno nulla a che fare con il nostro paese.

Preoccupante?

Direi proprio di sì, se pensiamo che chi compra questi prodotti cerca i nostri valori e la nostra conoscenza in materia, e che questa pratica toglie di fatto 300.000 posti di lavoro al nostro paese.

italian sounding

Negli scaffali dei supermercati esteri è possibile trovare contraffazioni delle più disparate: dal Parmesão brasiliano al gorgonzola tedesco chiamato Cambozola, dal Prosecco della Crimea al Prosciutto di Parma olandese, per citarne alcuni.
Negli ultimi anni ci sono aziende straniere che si sono specializzate nella vendita di veri e propri kit di produzione di mozzarella, per esempio, e addirittura di vino italiano in polvere.

È facile capire che oltre al danno in termini di posti di lavoro, è duro anche il colpo inferto all’immagine del Made in Italy, poiché troppe volte questi prodotti presentano una qualità discutibile, e a volte persino pericolosi per la salute.

Il nostro paese, per fortuna, riesce ancora a fare un buon lavoro per arginare l’invasione dei prodotti falsificati, e in molte occasioni è riuscita a far sentire la propria voce anche in campo internazionale.
Tiro un sospiro di sollievo, infatti, quando leggo che il nostro Ministero delle Politiche agricole rafforza la protezione alle produzioni italiane sul web, raggiungendo importanti accordi con chi vende sulla rete, affinché i prodotti contraffatti non vengano immessi nel nostro mercato.

La guerra all’ “Italian sounding” è di fatto aperta, ma attenzione… perché questa sarà vinta soltanto quando avremo la consapevolezza del valore dei nostri prodotti.

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